Un dispositivo di protezione individuale nasce per ridurre un rischio, ma può diventare pericoloso quando viene scelto male, usato nel modo sbagliato, non controllato, non mantenuto o considerato una soluzione sufficiente anche quando servirebbero prima misure tecniche, organizzative o collettive. Il DPI non è un “salvacondotto” per lavorare in qualunque condizione: è l’ultima barriera tra il lavoratore e il pericolo, e proprio per questo deve essere coerente con il rischio reale.
Il D.Lgs. 81/2008 stabilisce che i DPI devono essere impiegati quando i rischi non possono essere evitati o sufficientemente ridotti da misure tecniche di prevenzione, mezzi di protezione collettiva, misure, metodi o procedimenti di riorganizzazione del lavoro. Questo passaggio è fondamentale: il DPI non deve sostituire la prevenzione, ma completarla. Se un’azienda usa un DPI per compensare una carenza tecnica o organizzativa, la protezione è già fragile in partenza.
Il DPI sbagliato crea una falsa sicurezza
Il primo modo in cui un DPI diventa pericoloso è la scelta non coerente con il rischio. Un guanto antitaglio non protegge automaticamente da sostanze chimiche. Una mascherina antipolvere non protegge da gas o vapori. Una scarpa antinfortunistica non è sempre adatta a ogni pavimento, a ogni rischio elettrico o a ogni ambiente freddo. Un indumento ad alta visibilità non è efficace se è sporco, scolorito o coperto da altri capi.
Il problema è che un DPI sbagliato dà al lavoratore una sensazione di protezione che in realtà non esiste. La persona continua a lavorare esposta al rischio, ma con la convinzione di essere protetta. Nel DVR può essere scritto “uso guanti”, ma quella frase non basta. Bisogna sapere quali guanti, per quale sostanza, per quale durata, con quale norma tecnica, con quali limiti d’uso e con quale frequenza di sostituzione.
Un caso concreto è quello esaminato dalla Cassazione Penale, Sez. IV, 10 febbraio 2025, n. 5188, relativo a un trauma oculare perforante. Dalla ricostruzione emergeva la mancanza di sovraocchiali protettivi, non disponibili in azienda neppure al momento del sopralluogo dello SPISAL e acquistati solo dopo i controlli. Il punto tecnico è chiaro: un DPI per gli occhi non può essere scelto in modo generico. Se l’attività espone a proiezioni, schegge, spruzzi o particelle, il dispositivo deve essere coerente con il rischio reale e con la lavorazione effettiva.
Il Regolamento UE 2016/425 definisce i DPI come dispositivi progettati e fabbricati per essere indossati o tenuti da una persona per proteggersi da rischi per salute e sicurezza. La parola decisiva è “progettati”: un DPI protegge solo dai rischi per cui è stato progettato, testato e certificato, non da tutti i rischi possibili.
Quando il DPI sostituisce ciò che dovrebbe venire prima
Un errore frequente è usare il DPI come soluzione principale anche quando il rischio potrebbe essere eliminato o ridotto alla fonte. In questi casi il DPI diventa pericoloso perché fa accettare come normale una condizione di lavoro che dovrebbe essere modificata.
Se un lavoratore opera in quota, la prima domanda non dovrebbe essere quale imbracatura indossare, ma se è possibile installare parapetti, piattaforme, protezioni collettive o sistemi che impediscano la caduta. Se un lavoratore respira polveri, la prima domanda non è quale maschera usare, ma se si possono aspirare le polveri alla fonte, confinare il processo o cambiare modalità operativa. Se un lavoratore movimenta materiali taglienti, il guanto serve, ma prima bisogna valutare attrezzature, procedure, imballaggi, ordine e modalità di presa.
Nei lavori in quota questo errore si vede spesso. Le linee guida ministeriali sui sistemi di protezione contro le cadute dall’alto distinguono chiaramente tra sistemi di trattenuta, posizionamento e arresto caduta. Una cintura o un cordino utilizzati nel contesto sbagliato possono dare l’impressione di proteggere il lavoratore, ma non arrestare correttamente una caduta. Il DPI anticaduta non è un pezzo isolato: è parte di un sistema che deve essere progettato prima dell’attività.
Il DPI è necessario quando il rischio residuo resta presente. Se invece viene usato per compensare una mancata prevenzione, diventa una protezione debole. Dipende dalla corretta scelta, dal corretto uso, dalla costanza del lavoratore, dallo stato di conservazione e dalla compatibilità con l’attività. Più ci si affida solo al DPI, più aumenta il peso dell’errore umano.
Un DPI conforme può comunque essere inadatto
Un dispositivo può essere conforme e comunque inadatto al contesto. Questo punto è essenziale. La conformità CE non equivale automaticamente all’idoneità per quella specifica mansione. Un guanto troppo spesso può ridurre la sensibilità della mano e aumentare il rischio di presa errata. Una visiera può appannarsi e ridurre la visibilità. Una cuffia antirumore può isolare troppo il lavoratore dai segnali acustici di pericolo. Una scarpa con suola non adatta può peggiorare il rischio di scivolamento.
Anche la compatibilità tra DPI diversi è decisiva. Occhiali e facciale filtrante possono interferire con la tenuta sul volto. Elmetto e cuffie devono essere compatibili tra loro. Imbracatura, giubbotto alta visibilità e abbigliamento invernale non devono impedire l’accesso agli attacchi anticaduta. Nei lavori in quota, un cordino, un assorbitore e un punto di ancoraggio non possono essere scelti separatamente come se fossero pezzi indipendenti: devono funzionare come sistema.
L’art. 77 del D.Lgs. 81/2008 prevede che il datore di lavoro, ai fini della scelta dei DPI, effettui l’analisi e la valutazione dei rischi che non possono essere evitati con altri mezzi, individui le caratteristiche necessarie dei DPI e valuti le informazioni fornite dal fabbricante. Questo obbligo porta a una conseguenza pratica: non basta acquistare un DPI certificato, bisogna dimostrare che è adeguato al rischio specifico.
Il DPI usurato può essere più pericoloso del DPI mancante
Un DPI danneggiato può essere più pericoloso di un DPI assente, perché il lavoratore continua a fidarsi di una protezione che non è più efficace. Un casco che ha subito un urto, una imbracatura con cuciture danneggiate, un guanto chimico contaminato, una maschera con elastici lenti, una visiera rigata o una scarpa con suola consumata non garantiscono più la prestazione prevista.
Molti DPI hanno una vita utile condizionata da uso, manutenzione, conservazione e ambiente. Raggi UV, calore, umidità, oli, solventi, polveri, schiacciamenti e lavaggi impropri possono alterare materiali plastici, tessili, filtri, cuciture e parti elastiche. Per questo il controllo visivo prima dell’uso non è una formalità, ma una misura di prevenzione.
La gestione dei DPI non si esaurisce con l’acquisto. Deve comprendere scelta, approvvigionamento, conservazione, dotazione, uso corretto, manutenzione, registrazione, sostituzione, riconsegna, informazione, formazione e addestramento. Se uno di questi passaggi manca, il DPI può perdere efficacia e diventare una protezione solo apparente.
Vie respiratorie: il rischio della maschera “qualunque”
Le protezioni delle vie respiratorie sono uno degli esempi più chiari di DPI che possono diventare pericolosi se scelti male. Dire “metti una mascherina” non significa nulla dal punto di vista tecnico. Un facciale filtrante FFP2 o FFP3 può proteggere da particelle e aerosol, ma non è adatto contro gas e vapori se non progettato per quello scopo. Una semimaschera con filtri deve essere scelta in base al contaminante, alla concentrazione, alla durata dell’esposizione, all’ambiente e alla compatibilità con il volto del lavoratore.
Un filtro sbagliato, scaduto, saturo o conservato male può non proteggere. Una maschera indossata sopra la barba può non garantire tenuta. Un dispositivo filtrante usato in ambiente con carenza di ossigeno può essere completamente inadeguato, perché in quel caso non serve filtrare l’aria: serve un sistema che garantisca aria respirabile.
PuntoSicuro, nella rubrica “Imparare dagli errori”, riporta un caso tratto dalle schede INFOR.MO. relativo a un infortunio in ambiente sospetto di inquinamento, collegato all’assenza di apparecchi di protezione delle vie respiratorie. Il caso mostra bene che il problema non è “avere una maschera”, ma avere il dispositivo corretto rispetto all’atmosfera presente. In uno spazio confinato o sospetto di inquinamento, un APVR filtrante può essere del tutto insufficiente se l’ossigeno è carente o se il contaminante non è compatibile con il filtro.
Anticaduta: il DPI diventa pericoloso se non è un sistema
Nei lavori in quota il DPI anticaduta è spesso percepito come “l’imbracatura”. In realtà l’imbracatura è solo un componente.
Proprio per questo, l’addestramento pratico è decisivo: indossare correttamente un’imbracatura, scegliere il punto di ancoraggio, valutare il tirante d’aria e simulare una situazione reale non sono aspetti che si imparano solo leggendo una procedura. Presso il campo prove attrezzato DSZ è possibile svolgere attività pratiche su lavori in quota, DPI anticaduta e scenari operativi controllati.
La protezione nasce dal sistema: imbracatura, collegamento, assorbitore, connettori, dispositivo retrattile, punto di ancoraggio, tirante d’aria disponibile e procedura di recupero.
Un lavoratore agganciato a un punto non idoneo non è protetto. Un cordino troppo lungo, usato senza valutare il tirante d’aria, può non impedire l’impatto al suolo. Un assorbitore non compatibile con il peso dell’utilizzatore o con la configurazione di lavoro può non funzionare correttamente. Un’imbracatura indossata male può causare danni gravi in caso di caduta.
La banca dati INFOR.MO., richiamata da PuntoSicuro, descrive un caso avvenuto durante la posa di lastre di copertura non calpestabili. Un addetto, non agganciato con cintura di sicurezza, appoggiò il piede su un pannello che si deformò e uscì dagli appoggi, facendolo precipitare per circa otto metri. L’infortunio provocò fratture al calcagno e all’acetabolo. Il caso rende evidente che nei lavori su copertura il DPI anticaduta non può essere considerato un accessorio da usare “se serve”: deve essere parte di un sistema previsto prima dell’attività, con ancoraggi, collegamenti, procedure e verifica del piano di calpestio.
Il DPI senza addestramento resta un oggetto
Ci sono DPI che non possono essere consegnati e basta. Devono essere provati, spiegati e usati in addestramento. Questo vale in particolare per DPI di terza categoria, anticaduta, apparecchi di protezione delle vie respiratorie, dispositivi complessi o utilizzati in scenari ad alto rischio.
L’errore tipico è far firmare un verbale di consegna e considerare chiuso il problema. La firma dimostra che un dispositivo è stato consegnato, ma non dimostra da sola che il lavoratore sappia usarlo correttamente. Un lavoratore può avere un’imbracatura nuova e non sapere regolarla. Può avere una semimaschera e non sapere fare una prova di tenuta. Può avere guanti chimici e non sapere quando sostituirli. Può avere un otoprotettore e indossarlo male, riducendo drasticamente la protezione reale.
La Cassazione Penale, Sez. IV, 28 marzo 2025, n. 12253, ha esaminato un caso di operaio precipitato da un balcone, collegato a gravi omissioni di sicurezza, omessa formazione e mancanza di DPI. È un esempio utile perché conferma un principio pratico: nei lavori ad alto rischio non basta confidare nell’esperienza del lavoratore. Servono DPI corretti, formazione, addestramento e vigilanza sull’effettivo rispetto delle procedure.
La manutenzione mancante cancella la tracciabilità
Un DPI deve essere riconoscibile nel tempo. Modello, lotto, numero di serie, data di consegna, data di produzione, scadenza, controlli e sostituzioni devono essere gestiti, soprattutto per dispositivi critici. Senza tracciabilità, l’azienda non sa realmente quali DPI sono in uso, da quanto tempo, in quali condizioni e su quali lavoratori.
Questo problema emerge spesso con imbracature, cordini, elmetti, filtri respiratori, occhiali, visiere, guanti chimici e indumenti tecnici. Il DPI viene consegnato, poi resta in uso per mesi o anni senza un controllo strutturato. Nel frattempo si usura, viene scambiato tra lavoratori, viene lavato male, conservato in luoghi non idonei o utilizzato per attività diverse da quelle previste.
Un buon sistema di gestione non deve essere complicato, ma deve essere chiaro. Ogni DPI critico dovrebbe avere una scheda o un registro, con istruzioni del fabbricante conservate, criteri di controllo, periodicità, responsabile della verifica e criteri di eliminazione dal servizio.
Il DPI può diventare pericoloso anche per abitudine
Uno dei rischi più sottovalutati è l’abitudine. Quando un DPI viene usato tutti i giorni, il lavoratore tende a considerarlo normale e a ridurre l’attenzione. L’elastico della maschera si allenta, ma “va bene lo stesso”. Il casco cade, ma viene rimesso in uso. La banda rifrangente è sporca, ma il giubbotto continua a essere utilizzato. Il guanto è tagliato, ma viene tenuto fino a fine turno.
L’abitudine crea tolleranza verso il difetto. Per questo la formazione non dovrebbe limitarsi a spiegare quando usare il DPI, ma dovrebbe insegnare quando non usarlo più. Un DPI difettoso deve essere segnalato e sostituito. Il lavoratore deve sapere che non sta “facendo perdere tempo” all’azienda, ma sta evitando che una protezione apparente diventi una causa di infortunio.
Quando il DPI aumenta il rischio ergonomico o operativo
Alcuni DPI, pur necessari, possono rendere più faticoso il lavoro. Guanti pesanti riducono destrezza e presa. Calzature rigide possono incidere su postura e affaticamento. Indumenti impermeabili poco traspiranti possono aumentare stress termico. Protezioni respiratorie possono aumentare la fatica respiratoria. Cuffie o inserti auricolari possono modificare la percezione dell’ambiente.
Questo non significa evitare il DPI, ma scegliere quello più adatto e valutare l’impatto operativo. Un DPI che il lavoratore percepisce come insopportabile verrà usato male, tolto appena possibile o modificato. Anche questo è un rischio. La scelta deve quindi considerare taglia, comfort, compatibilità con il gesto lavorativo, durata di utilizzo e condizioni ambientali.
Un DPI comodo ma non protettivo non serve. Un DPI protettivo ma inutilizzabile nella pratica rischia di non essere indossato. La soluzione corretta è trovare il punto di equilibrio tecnico, partendo dal rischio e coinvolgendo chi quel DPI dovrà usarlo ogni giorno.
La responsabilità non si ferma al fornitore
Acquistare un DPI certificato non trasferisce automaticamente la responsabilità al produttore o al rivenditore. Il fabbricante deve immettere sul mercato un prodotto conforme al Regolamento UE 2016/425, con marcatura, documentazione e istruzioni. Ma il datore di lavoro deve scegliere il DPI corretto rispetto ai rischi aziendali, informare e formare i lavoratori, garantirne l’uso, la manutenzione e la sostituzione.
Il Regolamento UE 2016/425 disciplina la conformità del prodotto sul mercato; il D.Lgs. 81/2008 disciplina l’uso del DPI nel luogo di lavoro. Sono due piani collegati ma diversi. Un DPI può essere perfettamente conforme come prodotto e comunque essere scelto male per quella mansione. In quel caso il problema non è il DPI in sé, ma la valutazione aziendale.
Le raccolte giurisprudenziali dedicate ai DPI mostrano casi molto diversi tra loro: schizzi di alluminio fuso con DPI inadeguati, ustioni in fonderia per mancanza di tuta ignifuga e coperta antifiamma, lavoratore investito da materiale cementizio durante l’uso di una macchina spruzzatrice, obbligo del datore di lavoro di mantenere efficienti gli indumenti qualificabili come DPI. Il filo comune è sempre lo stesso: il DPI non è solo un prodotto acquistato, ma una misura di prevenzione che deve essere scelta, mantenuta e verificata nel tempo.
Come evitare che un DPI diventi pericoloso
La prevenzione passa da una gestione ordinata e concreta. Prima si valuta il rischio, poi si sceglie il DPI in base a norma tecnica, prestazione, compatibilità e limiti d’uso. Dopo la scelta, il dispositivo va consegnato con registrazione chiara, spiegato al lavoratore, provato quando necessario e controllato nel tempo.
Il verbale di consegna deve essere utile, non solo formale. Deve indicare il tipo di DPI, il modello o la descrizione, la mansione o il rischio collegato, la data, le eventuali istruzioni consegnate e, quando previsto, il riferimento all’addestramento effettuato. Per i DPI critici è opportuno prevedere anche una gestione delle scadenze, dei controlli periodici e della sostituzione.
Il lavoratore deve essere messo nelle condizioni di riconoscere un DPI non più utilizzabile. Deve sapere che una cucitura danneggiata, un filtro scaduto, una lente rigata, un guanto contaminato o un casco dopo un urto non sono dettagli, ma segnali di perdita di protezione.
Perché una gestione corretta dei DPI protegge anche l’azienda
Un DPI diventa pericoloso quando viene trattato come un semplice acquisto. La protezione reale nasce invece da una catena precisa: valutazione del rischio, scelta tecnica, compatibilità, consegna, informazione, addestramento, uso corretto, controllo, manutenzione e sostituzione.
Per le aziende, questo approccio riduce il rischio di infortuni e rende più solida la documentazione in caso di controllo. Per i lavoratori, rende il DPI uno strumento comprensibile e realmente utile, non un obbligo sopportato o un oggetto indossato per abitudine.
DSZ supporta le imprese nella scelta e gestione dei DPI, nella verifica della documentazione, nella redazione dei verbali di consegna e nella formazione pratica dei lavoratori. Nei casi in cui il DPI richiede competenze operative, come lavori in quota, spazi confinati, protezione delle vie respiratorie o uso di sistemi anticaduta, l’addestramento pratico diventa la differenza tra un dispositivo conforme e una protezione realmente efficace.